5 febbraio 2008
Listeriosi: necessità di maggiori controlli secondo il parere
dell’EFSA

Il gruppo di
esperti dell’EFSA che si occupa di rischi microbiologici ha effettuato
un’attenta valutazione sul rischio listeriosi aggiornando il parere
precedentemente emesso nel 1999 dal Comitato Scientifico per le misure
veterinarie di salute pubblica (SCVPH).
La listeriosi si
conferma, come descritta nella precedente opinione del SCVPH, “una
patologia rara ma ad elevato tasso di mortalità che rappresenta un serio
rischio di salute pubblica soprattutto per quelle persone che presentano una
compromissione del sistema immunitario (cancro e HIV etc..) soggetti
anziane e donne in stato di gravidanza “.
Le principali
valutazione dell’EFSA sono risultate essere le seguenti:
ü
Dal
2000 il numero di casi è di nuovo in crescita e il maggior numero di
focolai è registrato in persone ultra sessantenni , con maggior frequenza
negli immunocompromessi.
ü
Dal
1999 si è registrato un decremento dei grandi focolai di listeriosi (con
più di 50 casi) ed un corrispettivo aumento dei casi sporadici.
ü
Ancora non è ben noto il meccanismo molecolare della virulenza di
L.monocytogenes e non si conosce bene la relazione tra i diversi
animali ed i modelli in vitro. La ridotta virulenza di alcuni ceppi di
L.monocytogenes è stata dimostrata sia in vitro che in vivo. Al momento
non esistono metodi che permettano la differenziazione tra ceppi patogeni e
non patogeni di Listeria monocytogenes.
ü
È
stato compiuto un notevole sforzo per indagare sulla presenza di
Listeria monocytogenes negli Stati Membri: generalmente infatti non
venivano fornite informazioni relative alla capacità degli alimenti di
favorire la crescita del batterio e dati relativi al periodo di
campionamento (all’inizio della vita commerciale del prodotto o al consumo).
Nella maggior parte dei casi quindi non è stato possibile stimare l’impatto
degli alimenti risultati contaminati nel corso dei campionamenti, sulla
salute dei consumatori.
ü
Nella maggior parte delle osservazioni non è stato possibile eseguire un
confronto a causa delle differenti modalità di campionamento (siti
considerati, prodotto in fase di commercializzazione all’inizio o alla fine
della vita commerciale, alimento in produzione, ecc…). In alcuni casi i
campioni venivano raccolti sulla base di controlli mirati, in altri casi
venivano svolti dei campionamenti randomizzati; pertanto è stato difficile
valutare variazioni nell’esposizione del consumatore europeo da un anno
all’altro.
ü
Il
monitoraggio svolto sugli alimenti ha permesso di raccogliere dati sulla
prevalenza e sui livelli di contaminazione degli alimenti. L.
monocytogenes è presente in quasi tutte le categorie di cibi e quasi
tutti i prodotti possono essere contaminati, in alcuni casi anche con
un'alta frequenza.
Il rapporto del
SCVPH del 1999 riportava livelli di contaminazioni diversi per i vari
alimenti:
-
7-36% per la carne trita,
-
0-52% per i prodotti a base di carne; 9-85% per la carne di pollame,
-
4-60% per prodotti ittici,
-
1-12% per le insalate verdi,
-
2-12% per il latte crudo
ma i dati
quantitativi mostrano che la maggior parte dei campioni presentano cariche
batteriche < 100 ufc /g (valori superiori a100 ufc /g solo nel 0 - 1,8%
dei casi a seconda del tipo di cibo).
Il report
comunitario sulle zoonosi riferito agli anni 2004-2005-2006 (EFSA, 2005;
EFSA, 2006; EFSA, 2007a), riporta, a seconda dei lavori, le seguenti % di
contaminazione (presenza in 25 g):
-
0-48% prodotti a base di carne,
-
0-40% prodotto a base di carne di pollo,
-
0-30% prodotti ittici,
-
0-100% nel latte crudo, e
-
0-38% per i fomaggi,
-
0-33% per frutta e verdura
-
0.33% per i panini.
Nella maggior
parte dei casi Listeria risulta assente in latticini, formaggi, frutta e
verdura pronta al consumo e nell’UE il riscontro di più casi con alti
livelli di positività rappresenta un'eccezione.
La percentuale
media di positività per questi prodotti infatti è stata inferiore all’1%
nel 2005 (1,2% per i formaggi nel 2006), contrariamente a quella
riscontrata in prodotti ready to eat a base di carne e pesce (2,7% per i
prodotti a base di carne e di 7,5% per prodotti ittici nel 2005; 3,5% per i
prodotti a base di carne bovina , 2,7% per i prodotti a base di carne di
maiale e di 4,9% per prodotti ittici nel 2006.)
La prevalenza di
campioni contenenti più di 100 ufc per g è risultata in linea con il parere
riportato dall’ SCVPH (0 - 1,8%), fatta eccezione per un paio di indagini
con circa il 5% ( carne) e fino al 20% (pesce) di campioni contenenti
valori superiori a 100 cfu/g .
I dati risultano
simili a quelli ottenuti in un sondaggio effettuato su 2217 campioni di
pesce e di carne importati o esportati da Svizzera, dove le prevalenza più
alte di L. monocytogenes sono state rinvenute nei prodotti ittici (Jemmi
et al., 2002).
I risultati
citati nel report comunitario 2004-2005 sono in linea con altre indagini
svolte in UE (Sagoo et al., 2001; Sagoo et al., 2003a; Sagoo et al.,
2003b; Francesco e O'Beirne, 2006; Dominguez et al., 2001; Medrala et al.,
2003; Suppin et al., 2006;. Dominguez et al., 2001; Lewis et
al.,l 2006) e in parte già compresi nella ricerca effettuata dal
Ce.I.R.S.A. e pubblicata nel 2007.
ü
La
constatazione di prodotti con contaminazioni da L .Monocytogenes in
molti casi al di sotto dei 100 ufc/g non esclude tuttavia la possibilità che
tali alimenti possano rappresentare un rischio nell’epidemiologia della
malattia. Il parere espresso dall’ SCVPH e ripreso dall’EFSA, si basa
infatti non solo sulla prevalenza di contaminazione degli alimenti ma anche
sulla dimostrazione dell’ interazione con gli altri parametri che
favoriscono lo sviluppo del patogeno quale ad esempio il tipo di
confezionamento dei prodotti, la pratiche di lavorazione (es. uso di
macchine affettatrici per i prodotti a base di carne), le temperature di
stoccaggio, la fase di campionamento, la mancanza di un efficace sistema
HACCP, e la mancanza di istruzione di chi manipola gli alimenti
(contaminazioni post processo).
ü
Nell’ambito della valutazione del rischio pubblicata dal SCVPH si è
accertato che, per i prodotti pronti all’uso, l’assunzione di limiti
"inferiore a 100 ufc /g" o "assenza in 25 g" al consumo possa ridurre il
numero di casi di listeriosi. Si è concluso inoltre che i cibi pronti al
consumo nella maggior parte dei casi favoriscono la crescita di Listeria a
livelli notevolmente superiori ai limiti previsti dalla legge.
ü
La
crescita di L. monocytogenes dipende dalla tipologia di cibo, il
tempo e la temperatura di stoccaggio.
ü
La
temperatura di stoccaggio durante la vendita al dettaglio e durante la
refrigerazione domestica in particolare, può risultare molto variabile. Si
stima che nel 20- 35 % dei casi la temperatura dei frigoriferi di casa si
aggiri intorno agli 8 °C.
ü
Dal
1999 sono stati sviluppati dei nuovi strumenti predittivi la crescita
microbica che possono essere utilizzati per determinare se l’alimento
favorisce o meno lo sviluppo di Listeria e per stimare l’entità di crescita
durante la vita commerciale dell’alimento. Tuttavia l’uso di questi modelli
predittivi dovrebbe comunque essere abbinato a studi di validazione,
soprattutto per gli alimenti vicini al cut off crescita/non crescita
microbica.
Presenza di Listeria
Monocytogenes negli alimenti pronti al consumo (assenza in 25g, 100 ufc/g
e livelli più elevati) e rischio di malattia nell’uomo.
Le conclusioni
dell’EFSA in relazione ai limiti microbiologici quale misura di prevenzione
della malattia nell’uomo sono le seguenti:
ü
L’applicazione dei criteri microbiologici è solo una delle numerose attività
gestionali che consentono di garantire livelli di ridotto rischio negli
alimenti pronti al consumo .
ü
I
criteri microbiologici prevedono che in fase di controllo L.
monocytogenes sia assente in 25 g o che sia ≤ 100 ufc /g al momento del
consumo.
ü
Nella maggior parte dei casi la listeriosi è associata al consumo di
alimenti di ready-to-eat in grado di sostenere la crescita microbica
contenenti livelli nettamente superiori a 100 ufc /g.
ü
Il
documento più recente del Codex sui criteri microbiologici, suggerisce una
tolleranza zero per l’intera vita commerciale dell’alimento: applicando tale
criterio si previene il consumo di alimenti ad alto rischio Tuttavia,
l'applicazione del criterio alla fine della vita commerciale potrebbe
classificare come insoddisfacenti anche alimenti a basso rischio.
ü
Un’
ulteriore opzione del Codex proposta in questo documento è, pertanto,
quella di tollerare 100 ufc/g per l’intera vita commerciale a condizione
che il produttore sia in grado di dimostrare che il prodotto non superi il
limite nell’intera shelf- life. E’ tuttavia impossibile prevedere ed avere
la certezza che i livelli siano sempre inferiori a 100 ufc /g durante tutto
il periodo. Pertanto, l'applicazione di questa opzione può portare ad
accettare la probabilità che siano consumati alimenti con livelli superiori
a 100 ufc / g. L'impatto sulla salute pubblica potrebbe dipendere dal
raggiungimento di livelli nettamente superiori a 100 ufc /g.
Quali priorità
per le Autorità Competenti?
L’EFSA individua
le seguenti linee di intervento che dovrebbero essere tenute in
considerazione nei programmi della Autorità competenti:
ü
Prevedere indagini più approfondite sia dei focolai che dei casi sporadici,
al fine di ottenere maggiori conoscenze sugli alimenti responsabili dei
casi di listeriosi.
ü
Aumentare la conoscenza dei dati relativi al consumo di cibi ready to eat
in cui la Listeria può essere presente per una migliore valutazione dei
rischi.
ü
Eseguire un confronto dei diversi studi (es. tramite sondaggi) soltanto
quando vengono adottate le medesime tecniche di campionamento; le indagini
inoltre dovrebbero concentrarsi solamente su prodotti pronti al consumo che
sono in grado di favorire lo sviluppo di L. monocytogenes. Per
consentire un miglior paragone tra i diversi studi è necessario, inoltre,
prendere in considerazione la fase di campionamento (es. fase di produzione
o di consumo).
ü
l'applicazione di criteri microbiologici rappresenta solo una delle numerose
attività che garantiscono la riduzione del rischio relativo ai cibi pronti
al consumo e deve essere affiancata da strategie finalizzate a garantire
l’applicazione di buone prassi igieniche in combinazione col sistema HACCP.
Queste infatti, se applicate in modo coerente, sono in grado di ridurre al
minimo la contaminazioni iniziali che possono verificarsi in fase di
lavorazione. Importante è inoltre la determinazione della reale vita
commerciale in relazione alle effettive temperature di stoccaggio e alle
caratteristiche dell’alimento in relazione alla potenziale crescita di L.
monocytogenes.
ü
Aumentare le conoscenze legate alle variazioni delle temperature nella fase
di vendita al dettaglio e la conservazione in ambiente domestico.
ü
fornire consigli relativi alla conservazione dei cibi e alla dieta (in
particolare per gli anziani) puntando a migliorare la catena del freddo
anche e soprattutto a livello domestico.
Il rapporto dell'EFSA sulla
listeriosi
Valutazione del rischio listeriosi in gravidanza con particolare
attenzione alla situazione in Piemonte